Esiste il maestro del maestro? Esiste sempre un’ispirazione che genera l’attivazione di un detonatore mentale, un esplosione di creatività che porta alla costruzione di opere d’arte. Questo detonatore può essere una donna, un’esperienza di vita, un sogno oppure Dieter Rams.
Rams ha lavorato in Braun, la famosa azienda di elettrodomestici, dal 1961 al 1995. Trentaquattro anni di innovazione del design che ha fortemente influenzato Jonathan Ive, uno dei migliori designer in circolazione. Con il suo “Weniger, aber besser”, vale a dire “meno ma meglio”, Rams è considerabile il padre del “less is more”, la filosofia di base che sta nella nascita dei prodotti Apple.
Ive ha sempre cercato di pulire le forme dei suoi prodotti per renderli essenziali, ma nello stesso tempo facilmente utilizzabili. Di questo Rams ne era un gran maestro e se oggi abbiamo prodotti Apple così belli lo dobbiamo anche a lui. Basti vedere la calcolatrice Braun ET66, la stessa che Ive disegnò per iOS.
La filosofia di Rams si basa su concetti semplici che hanno scolpito Ive. Un design di qualità deve essere:
Rams negli anni ha vinto tanti premi. I suoi prodotti sono esposti in molti musei.
Secondo una recente analisi la quota degli utenti che usano Facebook da un dispositivo mobile cresce sempre di più. Alla luce dei suoi 900 milioni di utenti registrati e il prossimo sbarco in Borsa, da cui dovrebbe arrivare una valutazione della società di almeno 100 miliardi di dollari, la domanda che molti si pongono è: ma perchè l’applicazione per iOS fa così schifo?
Non è un mio giudizio personale: su quasi 4000 feedback arrivati nel solo store italiano, l’applicazione di Facebook ha una valutazione di due stelline su cinque, meno della sufficienza. Una delle app che dovrebbe essere l’emblema dello sviluppo è un realtà un paniere di lentezza, sincronizzazioni carenti, poche funzionalità. Basti pensare che attualmente, in anni di sviluppo, l’app non ha ancora il pulsante condividi.
Tutto iniziò nel 2008 quando Zuckerberg disse a Joe Hewitt, uno sviluppatore per molti ritenuti un genio ma non da me, di volere un’app per iPhone. L’app di Hewitt fu un successo, ma non per merito della sua fruibilità, ma per il grande numero di utenti Facebook nel mondo. Attualmente, in quattro anni di sviluppo, l’app continua a far pena.
Tutta colpa di una scelta di base: l’app, infatti, utilizza un mix di HTML e XML. Per non entrare nei dettagli vi dirò che semplicemente pesca i dati della versione mobile e li posiziona nell’applicazione nativa. In pratica l’app nativa è in realtà una web app travestita. Questo comporta due cose: 1) i dati per essere sincronizzati devono chiedere continuamente informazioni alla versione mobile, compreso il formato del sito che non è certo necessario all’app nativa; 2) l’app nativa paradossalmente non beneficia del motore Nitro JavaScript di Safari, quindi la navigazione dal browser risulta più veloce rispetto l’app. continua
Quanto vale una notizia? Quanto vale ciascuna notizia di questo blog, o quelle che leggete in un quotidiano o sull’iPad? L’argomento è interessante ed è fondamentale per poter creare dei modelli di business da applicare all’editoria digitale. Quanto valore attribuire a una notizia?
Qualche settimana fa abbiamo visto che un giornale di carta è pagato più di uno digitale. Possiamo anche affermare che gli utenti si rifiutano di pagare lo stesso prezzo un’edizione cartacea e una digitale. Ma perchè, visto che in fondo contengono lo stesso materiale? Il fattore è puramente psicologico: nell’edizione cartacea riteniamo che il dispendio di materiali, quali carta e inchiostro, devono essere ricompensati con un valore maggiore, altrimenti associamo il possesso dell’oggetto a un regalo o a un furto.
L’edizione digitale, invece, ha in se solo il dispendio dell’energia dell’autore nello scrivere gli argomenti e, per tale motivo, ha valore prossimo allo zero. Quando abbiamo di fronte un file di un testo la nostra mente non sa misurare il tempo dell’autore nella ricerca di informazioni e nella scrittura. E’ un fattore che non essendo visualizzabile semplicemente per noi non esiste. Invece stampare un foglio, rilegarlo e distribuirlo offre un processo misurabile, quindi esiste. E’ lo stesso motivo che ci spinge a non considerarci ladri se scarichiamo un libro digitale dai circuiti pirata, ma dei criminali se rubiamo un libro in una libreria.
L’altro fattore da tenere in considerazione è il tempo. Un giornale ci richiede tempo diverso in base al supporto su cui è distribuito. Secondo i dati raccolti da Luca De Biase, infatti, un blog ci richiede in media 70 secondi di lettura, contro i 15 minuti di un giornale per iPad e i 25 minuti di un giornale cartaceo. E’ come se la nostra mente attribuisse maggior valore al supporto che riesce a riempire più minuti nella nostra giornata. Un sistema economico che trova applicazione in altri ambiti, come in quello telefonico o cinematografico.
Se prendessimo due film, uno da 5 minuti e l’altro da 70 minuti, automaticamente attribuiamo al secondo un valore superiore al primo, perchè occupa più tempo della nostra giornata. Sono tutti fattori psicologici che andrebbero studiati a fondo e sui cui potrebbero nascere tante discussioni utili alla costruzione dei modelli di business del digitale.
Esistono tante aziende che costruiscono computer o smartphone, ma perchè Apple ha successo e le altre aziende molto meno? Alla base c’è un segreto. Un segreto che Simon Sinek, studioso di antropologia, ha riassunto in un modello chiamato il “Cerchio d’Oro”. Si tratta di un modello molto semplice da comprendere perchè basato su tre cerchi uno nell’altro.
Al centro c’è il “Perchè”, seguito dal “Come” e poi il “Cosa”. Simon spiega il suo modello da cui ho tratto molto ispirazione e credo che chi ha letto il mio libro e legge il mio blog troverà dei riscontri. In pratica la maggior parte delle aziende parte dal cerchio esterno e si porta in quello interno. Per esempio per i computer i manager iniziano a pensare cosa produrre, appunto i computer, poi pensano al come produrli e poi il perchè, vale a dire ad individuare i loro clienti ideali.
Si tratta di un percorso utilizzato dal 90% delle aziende e che porta agli stessi risultati. Apple e altre aziende, invece, seguono il percorso inverso partendo dal “Perchè”. Questa semplice scelta rivoluziona tutto il sistema perchè si pensa al motivo per cui fare qualcosa. Nel caso di Apple l’obiettivo è offrire alle persone gli strumenti adatti per coltivare il proprio lato creativo. Da questo pensiero di base è stato pensato al come offrire questi strumenti, appunto con smartphone e computer, e poi a come costruirli.
Io consiglio di seguire i consigli di Simon per i propri progetti, potrebbe cambiare la visione con sui li si affrontano e i risultati, molto probabilmente, saranno di grande successo.
“Ciao mamma, vado alle prove di ballo”. Che vita dura per un dipendente di Apple che per poter lavorare nella società della Mela deve anche frequentare un coreografo. Dopo l’idea di Microsoft, di inaugurare i suoi negozi con dei balletti da villaggio vacanze, anche Cupertino si dà all’intrattenimento facendo ballare i suoi dipendenti.
I motivatori di aziende dicono che sono utili perchè cementificano i rapporti tra colleghi, favoriscono lo spirito di squadra e divertono. Ma i potenziali clienti hanno bisogno di tutto questo? E’ un’attrazione che spinge ad acquistare i prodotti o a guardarsi in giro con area imbarazzata?
Il cliente, di base, spende per soddisfare un proprio bisogno sia esso necessario che frivolo. Un balletto pre apertura non è di certo nell’elenco di cose che generano il desiderio all’acquisto, serve solo a poter permettere all’azienda di creare un video potenzialmente virale. Ma è necessario tutto questo per Apple? Ne ha bisogno?
Io credo proprio di no. Offrite loro degli sconti se volete vederli sorridere, non dei balli. Il portafogli meno leggero è la vera riconoscenza in un sistema consumistico.
Qualche giorno fa stavo leggendo delle riviste sull’iPad e mi sono posto una domanda: siamo in direzione della diffusione in massa dei tablet e gli editori stanno proponendo contenuti, ma al di là della semplicità di reperibilità dei contenuti, dal punto di vista del costo delle copie siamo di fronte un risparmio?
Per scoprirlo mi sono messo a raccogliere dati sulle offerte dei maggiori operatori nel settore, confrontando le loro offerte commerciali per le versioni digitali e quelle cartacee. In teoria una edizione digitale dovrebbe costare meno perchè non soffre dei costi di stampa e di distribuzione nelle edicole. Ma questi costi inferiori portano a prezzi più bassi?
La mia analisi ha portato ad un mondo diviso a metà: dal lato delle riviste abbiamo una situazione disastrosa, mentre per i giornali ci sono elementi positivi. Il grafico che ho creato indica con il colore verde i prezzi per la carta e in blu quelli per il digitale. Se il blu si trova sotto il verde significa che il digitale viene venduto a prezzi inferiori.
Ma entriamo nelle specifico. Ho considerato solo gli abbonamenti annuali. Tra parentesi trovate a sinistra il prezzo per la copia digitale e a destra per quella cartacea espressi in euro:
Si evince che mentre per le riviste abbiamo prezzi quasi uguali tra versione cartacea e quella digitale, per i quotidiani la differenza è maggiore. Gli editori, in quest’ultimo caso, hanno scelto come prezzo di riferimento 0,49 € per ogni copia digitale. Questo dato potrebbe indicare una sorta di tacito accordo tra gli editori allo scopo di scaricare, al momento, il prezzo della rivoluzione digitale sui pionieri, cioè su coloro vogliono provare il digitale prima di tutti gli altri. In questo modo il digitale può finanziare in parte anche l’editoria cartacea e può ridurre i rischi.
E’ lecito pensare che in futuro, quando la carta andrà in pensione, la diffusione del digitale possa far abbassare ulteriormente i prezzi. Al momento il digitale sembra un affare solo per gli amanti della tecnologia. Un gruppo sempre più folto di persone che, paradossalmente, trova sempre poco spazio sui quotidiani. Al momento, infatti, non esistono grandi spazi dedicati alla tecnologia nei giornali, ma solo piccole rubriche.
Riassumendo, quindi, è come trovarci di fronte una persona con il piatto del cartaceo in una mano che ha paura di perdere, mentre nell’altra c’è quello del digitale che spera sia accolto con favore, ma se non lo fosse sa che è possibile tornare indietro. Questa indecisione di base potrebbe rendere la rivoluzione più lenta e io sono certo che alcuni editori siano convinti che questa lentezza sia necessaria. Ma se invece dell’auto avessimo puntato sul cavallo, ora dove saremmo?
Spesso 0,6 millimetri in più dell’iPad 2 e pesante 50 grammi in più. Il nuovo iPad, come lo chiama Apple per abbandonare il numero di riferimento per la generazione, si fa leggermente più grande per ospitare molto più hardware del suo predecessore. Partiamo dal Retina display: ben 3,1 milioni di pixel, quanto uno schermo da 15″, tutti pigiati in uno spazio da 9,7″ per una risoluzione di 2048 x 1536 pixel e 264 ppi. Uno schermo ad altissima risoluzione, con il 44% di saturazione e il supporto al nuovo formato full HD a 1080p per i video.
Passiamo alla fotocamera ora da 5 Megapixel con tecnologie simili a quelle dell’iPhone 4S per registrare video in full HD. Il tutto è supportato da un processore A5X quad core a bassi consumi. Anche se il Retina display consuma il doppio, avendo il doppio dei pixel, la batteria garantisce le stesse performance dell’iPad 2. Anche dal punto di vista grafico abbiamo un grande salto di potenza, per garantire velocità anche per giochi complessi.
La velocità, però, non si ferma al processore. Anche la connessione dati ora supporta il 4G LTE, dove coperto dagli operatori, per connessione dati fino a 72 Mbps. Nello stesso tempo il chip supporta connessione HSPA+ fino a 42 Mbps.
I prezzi dovrebbero essere gli stessi di quelli dell’iPad 2 applicati fino a ieri, anche se al momento dobbiamo attendere l’ufficializzazione da Apple. La disponibilità in Italia è fissata per il 23 marzo.
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