La foto del buco nero calcolata su un MacBook Pro

Molti l’hanno chiamata la foto del secolo. Per altri è solo una macchia in un’immagine. Ma cosa stiamo vedendo esattamente nella prima foto di un buco nero? Stiamo vedendo uno dei prodigi dell’umanità.

Quella foto di per se non potrebbe neanche esistere. Un buco nero è un elemento nell’Universo dall’enorme fascino. È un corpo celeste collassato su se stesso attivando una forza gravitazionale talmente elevata da portare ad una curvatura dello spazio tempo.

Esatto. In quel punto il tempo non esiste. Mentre la nostra logica umana ci spinge a comprendere il tempo come qualcosa di lineare, il prima e il dopo, in quel punto il tempo non esiste. Potrebbe essere l’inizio del Big Bang o un futuro in cui ci siamo già estinti.

Vi dò un altro dato che fa impazzire la mente: quel punto è lontano 55 milioni di anni luce da noi. Significa che se riuscissimo a raggiungere la velocità della luce (300.000 km/s) impiegheremmo 55 milioni di anni per arrivare lì. In pratica quasi 1/5 dell’età della Terra.

Un buco nero è qualcosa di reale e di per se rappresenta un paradosso vivente. Teoricamente non dovremmo vederlo perchè risucchia anche la luce. Quindi cosa vediamo? Vediamo gli enormi cumuli di gas incandescenti che spirano sotto la sua vorace forza di gravità.

C’è anche un altro elemento interessante di questa foto. Non è uno scatto fotografico, ma una ricostruzione ottenuta incrociando 4 petabyte di dati. Il progetto Event Horizon Telescope ha visto la collaborazione di 200 ricercatori, provenienti da 60 istituti di ricerca, usando 66 antenne in 8 radiotelescopi in giro per il mondo.

Questo ha consentito di trasformare la Terra in un’enorme macchina fotografica. Il tutto è stato elaborato da supercomputer, in base all’algoritmo che Katie Bouman ha sviluppato nel suo MacBook Pro.

Ed è proprio il suo volto una delle immagini virali di questi giorni. Il viso sorpreso di Katie che osserva il frutto di anni di lavoro palesarsi di fronte allo schermo del suo portatile. Il volto di un’informatica, non di una scienziata. Un segno evidente dei nostri tempi.

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