Tim Cook lascia la guida di Apple dopo quindici anni: da agosto 2011 ad agosto 2026 il fatturato è passato da 108 a oltre 400 miliardi di dollari e la capitalizzazione da circa 350 miliardi a 4.000 miliardi. Il 31 agosto è l’ultimo giorno di Tim Cook CEO: dal 1° settembre al suo posto ci sarà John Ternus, mentre Cook resta come presidente esecutivo del consiglio.

Quando Tim Cook ha preso le redini di Apple nell’agosto 2011, la domanda che girava negli ambienti tech era un’altra: chi potrà mai sostituire Steve Jobs? Quindici anni dopo, la risposta è arrivata in modo diverso dal previsto. Non c’è stato un genio visionario a raccogliere l’eredità, ma un gestore d’eccellenza che ha trasformato un’azienda straordinaria in qualcosa che nessuno aveva mai visto prima: la prima società da mille miliardi di dollari della storia, e poi da duemila, e poi da tremila, fino ai circa 4.000 miliardi odierni.

Il 31 agosto 2026 è l’ultimo giorno di Tim Cook CEO. Dal 1° settembre il posto passa a John Ternus, l’ingegnere che guida l’hardware di Apple, mentre Cook resta nel consiglio come presidente esecutivo, come annunciato da Apple in aprile. È il momento giusto per fare i conti con un’era intera: cosa ha costruito davvero l’uomo che molti avevano scambiato per un semplice reggente.

Tim Cook e John Ternus camminano insieme ad Apple Park
Tim Cook e John Ternus ad Apple Park, aprile 2026. Foto: Apple

I numeri di un’era che sembrava impossibile

Quindici anni si possono riassumere in tre mosse, tutte verificabili:

  • i servizi come motore: da hardware company a piattaforma di ricavi ricorrenti, con 109,2 miliardi di dollari nel 2025
  • la supply chain come scudo: India al posto della Cina quando serviva, tariffe aggirate, danni contenuti
  • i chip tutti interni: Apple Silicon al posto di Intel, roadmap autonoma, margini migliori

Partiamo dai fatti, perché i fatti qui parlano da soli. Quando Cook ha ereditato Apple, l’azienda valeva circa 350 miliardi di dollari in Borsa e fatturava 108 miliardi l’anno. Oggi la capitalizzazione sfiora i 4.000 miliardi — più di undici volte in quindici anni — e il fatturato supera i 400 miliardi, con oltre 100 miliardi di utile netto annuo, un tragitto mai raggiunto prima da alcuna azienda, come ha ricostruito CNBC nel bilancio dell’era Cook.

Servizi, supply chain, silicon

la macchina dei servizi: il vero capolavoro economico dell’era Cook è la trasformazione di Apple da azienda di hardware a piattaforma di ricavi ricorrenti. Il comparto servizi ha chiuso l’anno fiscale 2025 a 109,2 miliardi di dollari, cresciuto del 14% in un anno solo, e rappresenta ormai il 26% delle vendite totali. Pubblicità, cloud, contenuti, pagamenti: margini altissimi, entrate prevedibili, clienti già dentro l’ecosistema.

la supply chain come arma strategica: Cook non l’ha inventata da CEO — l’aveva costruita da responsabile operativo — ma sotto la sua guida è diventata il vantaggio competitivo che nessun concorrente è riuscito a replicare. La gestione delle tariffe americane del 2025 lo ha dimostrato: spostamento rapido della produzione iPhone verso l’India, esenzioni negoziate, danni contenuti dove altri produttori hanno subito colpi pieni.

il silicon tutto interno: la transizione dai processori Intel ai chip Apple Silicon, avviata nel 2020 e completata in pochi anni, è probabilmente la decisione tecnica più coraggiosa dell’era. Ha dato ai Mac autonomia di roadmap, prestazioni da primato e margini migliori, e ha creato la base architetturale comune che oggi tiene insieme iPhone, iPad, Mac e Vision Pro.

Ritratto ufficiale di Tim Cook, CEO di Apple
Tim Cook. Foto: Apple

L’ombra lunga: ciò che Apple ha smesso di essere

Un bilancio onesto però non può fermarsi ai grafici azionari, perché c’è anche il conto della parte che non torna. E va guardato in faccia, senza nostalgia di maniera.

  • nessuna nuova categoria da protagonista: sotto Jobs sono nati iPod, iPhone e iPad. Sotto Cook, in quindici anni, le grandi novità di categoria sono Apple Watch e Vision Pro. L’orologio è un successo commerciale solido ma non ha cambiato le abitudini come lo smartphone; il visore resta un prodotto di nicchia costoso che non ha decollato. AirPods hanno fatto scuola come accessorio, ma il punto fermo dei ricavi resta l’iPhone, nato nel 2007.
  • l’epurazione dei visionari: c’è un capitolo scomodo nella storia recente di Apple, ed è quello dei talenti andati via. Jony Ive nel 2019, poi negli anni gli altri nomi storici del design e del software, fino alla partenza di Jeff Williams nel 2025. Scott Forstall, allontanato nel 2012 dopo il fiasco di Apple Maps, era forse l’ultimo erede diretto della scuola Jobs — e la sua uscita segnò l’inizio di una cultura aziendale più disciplinata e meno conflittuale, ma anche meno incline al rischio visionario. È il filo che abbiamo già seguito in «Apple che non osa più»: il successo finanziario si è accompagnato a una trasformazione culturale profonda.
  • l’intelligenza artificiale arrivata tardi: Siri, presentata come pioniera nel 2011, è rimasta indietro rispetto agli assistenti basati sui grandi modelli linguistici. Apple Intelligence ha debuttato con funzioni ritoccate e promesse rinviate, e l’assistente rinnovato annunciato continua a slittare. Per la prima volta dall’invenzione dell’iPhone, Apple si trova a inseguire una rivoluzione tecnologica invece di guidarla — e il mercato comincia a chiedersi se l’azienda sappia ancora fare la corsa quando il terreno cambia natura.
Tim Cook during an Apple corporate presentation

Un leader diverso, non minore

Ridurre Cook a «l’uomo che ha fatto soldi» sarebbe ingeneroso esattamente quanto idealizzarlo. Il confronto con Jobs resta il metro inevitabile, ma è anche una trappola: i due non hanno fatto lo stesso mestiere. Il suo stile è stato quello della coerenza radicale: valori dichiarati e difesi in pubblico — privacy, ambiente, diritti civili — quando tacere sarebbe stato più comodo. La decisione di opporsi all’ordine esecutivo sul divieto d’ingresso nel 2017, l’impegno sulla neutralità carbonica, la gestione riservata della propria sessualità in un contesto industriale poco ospitale: sono scelte che hanno definito un modello di leadership raro nel settore.

E poi c’è il merito che si vede solo col senno di poi: la successione stessa. Mentre altre big tech cambiano vertice tra strappi e faide interne, Apple prepara il passaggio da anni, con gradualità e senza emorragie. Il comunicato di aprile parla di un processo pianificato con cura, approvato all’unanimità dal consiglio. In un’industria ossessionata dai fondatori-genio, Cook dimostra che anche l’amministrazione ordinata è una forma di visione.

«The transition, which was approved unanimously by the Board of Directors, follows a thoughtful, long-term succession planning process.» (traduzione redazionale: «La transizione, approvata all’unanimità dal consiglio, è il frutto di un processo di successione pensato nel lungo periodo.»)

L’ultimo giorno di un’era

Il 31 agosto chiude quindici anni di Tim Cook CEO: il giorno dopo, l’azienda che ha guidato comincia un capitolo nuovo senza di lui al timone operativo, ma con la sua presenza nel consiglio a fare da contrappeso. Restano da definire le risposte alle domande vere: se Apple saprà recuperare il terreno nell’intelligenza artificiale, se il prossimo prodotto di categoria arriverà finalmente, se la disciplina finanziaria basterà a tenere insieme un impero che vive soprattutto di un solo prodotto.

Quello che è certo è un’altra cosa. Chi nel 2011 vedeva in Cook un semplice custode si sbagliava di grosso: non ha custodito nulla, ha moltiplicato. Ma chi oggi legge quei 4.000 miliardi come la prova definitiva di grandezza dovrebbe ricordare che il giudizio su un’era si scrive anche con ciò che non è nato. Entrambe le verità stanno insieme, e il 31 agosto entrambe diventano storia.

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