La storia dei clienti segreti di Steve Jobs inizia negli anni Ottanta, quando le agenzie di intelligence americane erano tra i clienti delle due società del fondatore di Apple: comprarono il Pixar Image Computer e le workstation NeXT. Ma non furono loro a salvare le aziende: a impedire il fallimento di NeXT e Pixar pensarono Ross Perot, Canon, Disney e i milioni di tasca propria di Jobs. Questa è la storia vera di quei contratti riservati e di chi, davvero, tenne in vita due aziende destinate a cambiare l’informatica.

Pixar Image Computer e workstation Sun esposti al Computer History Museum
Il Pixar Image Computer del 1986 al Computer History Museum: costava 135.000 dollari e richiedeva una workstation Sun o SGI.

Il Pixar Image Computer: la macchina da 135.000 dollari

Il Pixar Image Computer nacque dentro Lucasfilm, nel Graphics Group guidato da Ed Catmull, come risposta a un problema concreto: la computer grafica dell’epoca non era abbastanza potente per gli effetti che George Lucas voleva nei suoi film. La squadra decise di costruire l’hardware da sola, una macchina specializzata nell’elaborazione di immagini con prestazioni quattro volte superiori a un sistema generalista — ma solo per i pixel.

Quando il 3 febbraio 1986 Steve Jobs comprò la divisione da Lucasfilm per 5 milioni di dollari (più altri 5 di capitale), dentro l’affare c’era il computer: anzi, il computer era la società. Tre mesi dopo la macchina arrivò sul mercato con un prezzo da capogiro: 135.000 dollari, più una workstation Sun Microsystems o Silicon Graphics da altri 35.000 per farla funzionare. In dollari di oggi, circa mezzo milione. La tecnologia era impressionante: memoria a 48 bit per pixel (12 per ogni canale RGB più 12 di trasparenza), 40 MIPS, duecento volte più veloce di un VAX-11/780.

Il problema era il mercato: poche organizzazioni potevano permettersene una. Ne furono vendute meno di 300 unità in tutto il ciclo di vita, fino alla cessione della divisione hardware a Vicom Systems nel 1990.

Pixar Image Computer P-2 in esposizione
Il Pixar Image Computer P-2: meno di 300 unità vendute in tutto il suo ciclo di vita.

Medicina, grafica e intelligence: i primi clienti

Steve Jobs lo raccontò senza mezzi termini nel libro To Infinity and Beyond!: The Story of Pixar Animation Studios:

“Abbiamo iniziato con clienti nel settore medico, nell’industria delle arti grafiche e nell’industria dell’intelligence.”

I clienti principali del Pixar Image Computer erano infatti tre: gli ospedali (che lo usavano per il rendering volumetrico delle scansioni TC e MRI, una cosa mai vista prima), le università e le agenzie di intelligence americane. Il primo assegno che Pixar incassò da un cliente privato dopo l’incorporazione fu però quello di Disney: nel maggio 1986 firmarono il contratto per il CAPS, il sistema che digitalizzava la colorazione dei film d’animazione tradizionali. Il Pixar Image Computer, con software custom, era il cuore di quel progetto.

Il primo grande investitore esterno di NeXT fu invece Ross Perot: 20 milioni di dollari nel 1987 per il 16% della società, dopo aver visto un documentario PBS dove veniva spiegata cosa fosse NeXT. Nel 1989 arrivò Canon con 100 milioni di dollari per un altro 16,67%, con l’accordo di usare NeXTSTEP sulle sue workstation e distribuire i prodotti in Giappone. E quando Pixar rischiò di affondare, fu Jobs a versare di tasca propria oltre 50 milioni di dollari tra il 1986 e il 1991, spesso firmando assegni personali per coprire le buste paga. Il Pixar Image Computer, con i suoi clienti governativi, fu più volte indicato come il prodotto che quasi affondò la società, non quello che la salvò.

NeXT cube nero in magnesio
Il NeXT cube in magnesio: venduto anche alle agenzie di intelligence, è il computer su cui Tim Berners-Lee creò il World Wide Web.

NeXT e le agenzie: il cubo nero nei laboratori

Anche NeXT, la società fondata da Jobs nel 1985 dopo l’uscita da Apple, aveva clienti nell’intelligence. Secondo IEEE Spectrum, i clienti del NeXT Computer erano “università, laboratori e agenzie di intelligence”: macchine per chi faceva analisi avanzata di dati, il pane quotidiano del settore. Il cubo nero in magnesio da 30 centimetri, disegnato da Hartmut Esslinger di Frog Design, era un oggetto di design tanto quanto una workstation, ma la potenza di calcolo era la ragione vera dell’acquisto. Fu su un NeXT, al CERN, che Tim Berners-Lee creò il World Wide Web — il che la dice lunga su chi, alla fine, comprava quelle macchine.

La storia del design del cubo si intreccia con un altro capitolo recente: la Connection Machine, il supercomputer con 65.536 processori che ispirò Steve Jobs, è il protagonista di un altro articolo su questo blog. Il legame tra le due macchine è diretto: Jobs visitò Thinking Machines e ne uscì con l’idea del case cubico che sarebbe diventato il NeXT.

Chi salvò davvero NeXT e Pixar

La tesi secondo cui l’intelligence americana “permise a NeXT e Pixar di non fallire” non regge al fact-check. Il quadro reale è più interessante:

  • NeXT fu salvata dagli investitori: i 20 milioni di Perot nel 1987 e i 100 di Canon nel 1989. Non fallì mai: nel 1996 Apple la comprò per 427 milioni di dollari, e NeXTSTEP divenne la base di macOS e iOS.
  • Pixar fu salvata da Disney e da Jobs: il contratto CAPS portò i primi ricavi veri, i cortometraggi come Luxo Jr. e Tin Toy costruirono la reputazione, e i soldi di Jobs coprirono i buchi per anni. Nel 2006 Disney comprò Pixar per 7,4 miliardi.
  • L’intelligence fu un cliente, non un salvatore: i contratti governativi portarono ricavi veri e aiutarono a tirare avanti, ma nessuna fonte documenta che abbiano evitato un fallimento.

La differenza è sostanziale: le agenzie sostenevano la tecnologia di Jobs con ordini concreti, ma la sopravvivenza delle due aziende fu merito di Perot, Canon, Disney e della testardaggine di un uomo che credeva nel progetto. È una storia più vera, e per questo più bella, della versione da thriller.

L’eredità: dal cubo nero a macOS

La parte più sorprendente di questa storia è quanto di quelle macchine sia ancora vivo. NeXTSTEP, il sistema operativo del cubo nero, è l’antenato diretto di macOS: l’interfaccia a icone, il Dock, persino il linguaggio Objective-C nascono lì. Ogni iPhone e ogni Mac di oggi contiene il DNA di un computer che l’intelligence americana comprava per analizzare dati. E il Pixar Image Computer, nonostante il flop commerciale, dimostrò che il rendering volumetrico funzionava: quelle stesse tecniche, anni dopo, avrebbero animato Toy Story e rivoluzionato l’immagine medica.

I clienti segreti di Steve Jobs non salvarono le aziende del fondatore di Apple, ma contribuirono a finanziarle nei momenti difficili e, comprando quelle macchine, aiutarono a tenere vivo un filone di ricerca che oggi è ovunque. La storia del rapporto tra Steve Jobs e il governo americano è fatta di contratti, segreti e pragmatismo — ed è proprio questo a renderla, ancora oggi, una delle pagine più affascinanti della tecnologia.

Lascia un commento

Cosa ne pensi?