Le mie impressioni sul Keynote del WWDC 2017

Tim Cook

Il Keynote del WWDC 2017, che abbiamo visto il 5 giugno scorso, doveva durare 3 ore e mezza. Lo ha dichiarato Phil Schiller al podcast The Talk Show, confermato da Craig Federighi. I manager, vista la lunghezza, hanno dovuto tagliare circa un’ora e infatti è durato circa 2 ore e 40 minuti.

Questa condensazione di informazioni si è notata tutta. Siamo passati da un Keynote lento e noioso, come quello dello scorso ottobre per il lancio dei MacBook con TouchBar, ad uno ricchissimo di prodotti e novità. È stato come andare al ristorante la prima volta e aver mangiato un risotto con pochissimo condimento, per poi andarci la seconda volta e aver trovato un doppio condimento.

Per chi come me amano i condimenti la cosa ha funzionato, ma per altri è stato un sovraccarico di informazioni. E sappiamo tutti cosa accade quando il troppo poco diventa troppo, ad un certo punto si spegne l’interruttore e si riassume il tutto con un “eh vabbè”.

Probabilmente la società avrebbe fatto bene a non saltare l’appuntamento di aprile, come lo scorso anno, anche solo per presentare il nuovo iPad Pro da 10,5”. Ma mi rendo conto che il tablet ha raggiunto un sapore diverso solo con le novità di iOS 11.

Quindi alla fine della fiera è una questione strategica. Muovere il pedone se dopo puoi spostare il cavallo, altrimenti te lo mangiano.

Leggendo delle opinioni in giro mi sono imbattuto in persone che hanno storto il naso nel vedere applicare la classica metodologia da Keynote. Io benedico quella metodologia. È vero che vedere enunciare novità, poi demo, video, testimonianze e ripetere il ciclo come il ritmo di una canzone a qualcuno dà la sensazione del “già visto”.

Ma osservando i Keynote delle altre aziende, per esempio Google e Facebook, mi meraviglio come queste non abbiano copiato il metodo di Apple. Nella preparazione di queste aziende si denotano goffaggine, presentatori che si impappinano, prodotti che non funzionano come dovrebbero e altre amenità assurde. Apple sa tenere il livello alto nelle sue presentazioni e se questo è frutto di un metodo che funziona: alleluia.

Ho trovato un po’ forzato il fare apparire manager di etnie diverse. Una spinta verso il sottolineare la diversità in azienda che è palesemente dettato non da una necessità concreta, ma nel mettersi a posto con la coscienza. Una sorta di quota rosa forzata.

Mi è piaciuto il passaggio sottile del messaggio del perché i prezzi dei prodotti Apple sono alti. Alla luce del fatto che i prezzi dichiarati dalla società e dal suo sito sono sempre “tasse escluse”, che vi ricordo negli USA applicano nel momento in cui si va a pagare, mi fa piacere quando si sottolinea che Apple non commercia dati per guadagnare.

Facebook lo fa, Google lo fa e anche Amazon lo fa. Queste aziende possono permettersi di vendere prodotti a buon mercato perché ricavano, successivamente alla vendita, dai dati raccolti con quei dispositivi.

Se Amazon Echo costa 149 $ e non 349 $ come un HomePod è perché la differenza la paga i dati generati. Quando ad Echo si dice “Alexa ordina gli asciugamani nuovi”, Amazon aggiunge una quota di guadagno che dovevate pagare all’acquisto di Echo. Apple non lo fa. Quanto vale la vostra Privacy? Probabilmente più della differenza di prezzo dei prodotti.

Quindi il Keynote è stato ricco di novità, ben scandito e con messaggi molto chiari. Sfido a vedere una presentazione di quasi 3 ore di qualcun altro senza sbadigliare. Durante il Keynote non l’ho mai fatto, anzi nelle fasi finali, al “One Last Thing” in diretta eravamo più eccitati che mai.

Questa è Apple. Questa è la sua filosofia. I suoi prodotti e la sua proposta. Spero che la società faccia tesoro delle piccole pecche dell’ultimo Keynote, per prepararne una grandiosa al lancio del prossimo iPhone.