Tim Cook FortuneL’anno scorso verso quest’ora Steve Jobs era ancora in vita. L’ex CEO di Apple era molto malato e scelse la giornata di oggi, leggermente lontana dai periodi caldi della Borsa, per annunciare le sue dimissioni come amministratore delegato della società per coprire il ruolo simbolico di presidente.

Un anno fa, quindi, Tim Cook veniva nominato da Steve Jobs, poi confermato in seguito dal consiglio di amministrazione, come nuovo CEO di Apple. Sono passati 12 mesi e la società ha trovato la sua trasformazione, seppur non profonda, nel panorama dell’elettronica. 365 giorni di amministrazione cookiana, in cui ci sono stati degli elementi positivi e altri negativi.

E’ stato l’anno che ha visto Apple diventare la società a maggior capitalizzazione al mondo: una crescita in valore così grande da superare le più rosee prospettive dell’era Jobs, sconfessando chi temeva un crollo profondo delle azioni. A quanto pare Apple non era realmente lo specchio di Jobs, ma si è dimostrata una società solida, in grado di macinare record ad ogni trimestre fiscale e vendere milioni di prodotti. Prodotti creati sotto la supervisione pignola e pressante di Steve Jobs che pensava ai suoi dispositivi in prima persona. L’ultimo dei quali sarà il prossimo iPhone. Dopodichè Apple dovrà imparare a camminare a sola.

Osservando i Keynote di Tim Cook abbiamo compreso anche che tipo di passi sta facendo la società. La visione creativa ha lasciato più spazio a quella ingegneristica. Alle presentazioni, infatti, la figura di Steve Jobs che si diverte con i suoi prodotti sul palco, mostrando il fine dell’hardware e non la sua natura, ha lasciato spazio a dati tecnici e dimostrazioni formali.

L’era Cook si è distinta anche per altri fattori. Basti pensare che la visione dettata da Jobs per il prossimo campus di Apple, chiamato Spaceship, in cui erano stati previsti specchi curvi e trasparenze pressocchè totali, ha lasciato il posto a un tetto di pannelli solari e vetri meno curvi per una maggiore praticità, accontentando gli ingegneri e gli architetti che vedono l’impossibilità di certi desideri. Gli stessi desideri che Steve Jobs ricercava senza fermarsi.

Abbiamo visto anche maggiore trasparenza nella solida coltre di segreto della società. Abbiamo visto pubblicare l’elenco dei fornitori della società, il patto stretto con loro, l’apertura alla FLA per le indagini indipendenti sulle condizioni lavorative dei dipendenti di Foxconn e maggiore apertura verso l’ecosostenibilità.

Abbiamo visto anche degli scivoloni, come le pubblicità Genius accusata da molti di essere poco Apple-style, dei licenziamenti anomali per colpa di pratiche di assunzione studiate frettolosamente, un’apertura all’iPad Mini visto con circospetto da Steve Jobs e un MacPro spacciato per nuovo modello, ma in realtà era un semplice e lieve aggiornamento hardware, portando la società a chiedere scusa e fare un passo indietro.

L’era Cook, in altre parole, ha visto il passaggio di testimone verso una persona molto competente, ma di certo non circondata dall’alone di creatività e visione di Jobs. Un amministratore, come si definisce, che ha il compito di portare avanti una famiglia preziosa e matura, ma non un leader carismatico in grado di dettare legge sui mercati futuri. E questo l’elemento su cui bisognerà porre l’accento e l’attenzione nei prossimi anni. Vedere quanto realmente è matura la società, se saprà imporsi sul mercato, dettare le regole come in passato e comprendere che il senso di appartenenza dei suoi utenti è un bene prezioso da difendere. Il suo santo Graal.

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