
La notizia che Alan Dye lascia Apple per andare in Meta non è solo un giro di poltrone in Silicon Valley: per chi vive ogni giorno negli schermi di iPhone, iPad e Mac significa chiedersi chi deciderà come saranno i tasti, le animazioni, i pannelli che usa per lavorare, chattare, giocare.
Il design dell’interfaccia è la parte di Apple con cui le persone hanno a che fare decine di volte al giorno, più del processore o della scheda tecnica.
Negli ultimi mesi il Liquid Glass è diventato il linguaggio visivo di iOS 26, fatto di pannelli traslucidi, effetti di vetro fluido e profondità più spinte. Per qualcuno è una continuità naturale con visionOS, per altri è un’estetica che rischia di essere più scenografica che utile, soprattutto nelle schermate dense di informazioni. Il fatto che Dye lasci proprio adesso apre un interrogativo: quanto di questo linguaggio sopravviverà?
Al suo posto entra in scena Steve Lemay, veterano della casa, in Apple dal 1999, persona che ha attraversato l’era di Mac OS X, l’iPhone originale, il passaggio al flat design e ora l’epoca di Apple Vision Pro. È una figura interna, molto meno esposta mediaticamente, ma con un curriculum che parte dai tempi in cui Steve Jobs lo chiamava “Margaret” nei corridoi di Cupertino.
Indice dei contenuti
Alan Dye: cosa lascia in eredità a Cupertino

Dalle grafiche per i keynote alla guida della Human Interface
Prima di arrivare a guidare il design dell’interfaccia, Dye aveva curato varie parti della comunicazione visiva interna, compresi elementi grafici usati nei keynote e nel marketing.
Il salto alla guida della Human Interface arriva in un momento delicato: l’azienda deve consolidare il passaggio dal vecchio skeuomorfismo all’estetica flat inaugurata da iOS 7. In pratica, Dye eredita un mondo in cui icone, pulsanti, navigazione e gerarchie visive sono state appena ridisegnate e vanno rese più coerenti e mature.
Il suo compito è meno spettacolare di quello di Jony Ive, ma non meno rischioso: costruire una continuità riconoscibile senza scivolare nella noia o nel caos.
Dove ha davvero inciso: dal flat design alla Dynamic Island
L’influenza di Alan Dye si vede in alcune scelte chiave:
- la standardizzazione della tipografia su San Francisco come font di sistema;
- l’evoluzione del flat design verso forme più morbide, con più spazio a sfocature e trasparenze;
- la definizione del linguaggio visivo di watchOS e tvOS;
- il lavoro su Dynamic Island, presentata in grande stile con iPhone 14 Pro, di cui è stato uno dei principali sponsor interni.
Quando Apple ha annunciato Apple Vision Pro e visionOS, molti hanno riconosciuto lo stesso DNA: livelli sovrapposti, pannelli fluttuanti, luci e ombre che danno profondità. È il proseguimento di un percorso coerente che parte dagli schermi classici e arriva alla realtà mista.
Allo stesso tempo, non sono mancate le critiche. Una parte della comunità Apple ha percepito l’era Dye come una fase di “normalizzazione” del design, molto attenta alla coerenza cross‑platform ma meno capace di segnare un prima e dopo riconoscibile.
Alan Dye e il Liquid Glass: estetica coerente o passo falso?
Cos’è il Liquid Glass e cosa voleva ottenere
Con iOS 26, Apple battezza ufficialmente Liquid Glass il nuovo stile visivo: superfici che sembrano vetro liquido, con gradienti più complessi, riflessi controllati e un uso ancora più massiccio di trasparenze. L’idea dichiarata è semplice: sfruttare i display OLED luminosi e ad alto contrasto per rendere l’interfaccia più “fisica”, quasi tattile, e più vicina alle finestre spaziali di visionOS.
In teoria, questo approccio dovrebbe aiutare a distinguere meglio i livelli: contenuto in primo piano, controlli secondari, sfondo contestuale. In pratica, la resa dipende moltissimo dagli sfondi scelti dall’utente, dal tema chiaro o scuro e dalle app che decidono di seguire le nuove linee guida.

Perché molti non lo trovano convincente
Il giudizio “non è un granché” sul Liquid Glass nasce da alcuni problemi molto concreti:
- in alcune schermate, soprattutto nelle impostazioni o in app ricche di testo, il mix di trasparenze e sfondi dinamici può ridurre la leggibilità;
- la sensazione di “vetro ovunque” rischia di appiattire la gerarchia visiva, facendo sembrare simili elementi che hanno funzioni diverse;
- chi usa l’iPhone come strumento di lavoro intensivo percepisce questi effetti come orpelli, non come aiuti.
Non a caso, una parte degli utenti chiede a gran voce opzioni più granulari per ridurre o spegnere certe animazioni, andando oltre le attuali funzioni di accessibilità. È il classico caso Apple in cui l’idea di fondo è coerente con la visione complessiva (avvicinare iOS e visionOS), ma l’esecuzione pratica non convince tutti.
Qui entra in gioco il cambio di guida: con Steve Lemay l’interfaccia Apple potrebbe muoversi verso un affinamento del Liquid Glass, con maggiore attenzione al contrasto e alla leggibilità, senza buttare via l’intero impianto.
Steve Lemay: il “custode silenzioso” del linguaggio Apple
Una biografia Apple‑centrica
Se Alan Dye è arrivato in prima linea nel 2015, Steve Lemay è in Apple fin dal 1999. È uno di quei designer che attraversano le ere senza mettersi in vetrina, ma che internamente tutti conoscono. La stampa specializzata, da MacRumors ad AppleInsider, lo descrive come un nome che compare in moltissimi progetti di interfaccia negli ultimi venticinque anni.
Il suo lavoro abbraccia:
- la transizione da Mac OS 9 a Mac OS X, con l’interfaccia Aqua;
- i primi layout e controlli dell’iPhone originale;
- i redesign principali di iOS e macOS in epoca moderna;
- contributi agli elementi di visionOS che abbiamo visto nelle prime versioni del sistema per Apple Vision Pro.
Cult of Mac ha raccontato come Lemay sia spesso stato una figura di collante tra diversi team, più che il volto frontale di una specifica scelta estetica.

Perché Steve Jobs lo chiamava “Margaret”
Il dettaglio che molti hanno ripescato in questi giorni riguarda il soprannome che Steve Jobs avrebbe dato a Lemay: “Margaret”. È uno di quegli aneddoti che raccontano più il clima interno che il ruolo in sé. Jobs aveva l’abitudine di dare soprannomi al suo staff, spesso con una punta di ironia o affetto, per segnare un rapporto diretto e un certo grado di fiducia.1Diversi resoconti informali sulla cultura interna Apple riportano questo tipo di soprannomi usati da Jobs per i membri del team più vicini.
Il fatto che Lemay sia uno dei pochi ancora in posizione chiave ad aver lavorato direttamente con Jobs e poi con Cook suggerisce una cosa chiara: Apple sta affidando l’interfaccia a qualcuno che conosce bene sia l’epoca del “one more thing” hardware‑centrico sia quella più gestionale e iterativa degli ultimi anni.
Il soprannome, di per sé, conta zero per l’utente finale, ma racconta un contesto: Lemay non è un outsider, è parte della memoria storica di Cupertino.
Perché tanti manager stanno lasciando Apple
Un quadro che va oltre il solo design
La partenza di Alan Dye si somma ad altre uscite pesanti negli ultimi anni. Il sito di Cupertino ha già raccontato la riorganizzazione nel mondo dell’AI, con il passaggio da John Giannandrea ad Amar Subramanya alla guida dei modelli fondamentali di Apple Intelligence, segno di come Apple stia cercando un nuovo equilibrio tra prudenza sulla privacy e necessità di competere nel mercato della generative AI.
In parallelo, si sono mossi anche manager chiave nelle operazioni e nella finanza, con figure storiche che hanno annunciato il ritiro o il passaggio di consegne. Se si considera anche la diaspora di designer verso LoveFrom, lo studio fondato da Jony Ive, il risultato è una percezione diffusa di “uscite eccellenti” concentrate in un arco di pochi anni.
Qui la lettura va tenuta su due piani:
- da un lato, un’azienda delle dimensioni di Apple ha per forza cicli di turnover ai vertici; dopo vent’anni di carriera, molti dirigenti cercano nuove sfide o, banalmente, un ritmo diverso;
- dall’altro, la fase attuale è segnata da forze esterne fortissime: AI, regolazione europea, concorrenza aggressiva di Meta, Google e Microsoft nel rubare talenti con stock e autonomia progettuale più allettanti.
Cook, il “gestore perfetto” e i suoi limiti
Su Melamorsicata si è già riflettuto sul ruolo di Tim Cook come CEO che ha portato Apple a livelli record di fatturato e margini, a costo di una percezione diffusa di minor “audacia” rispetto ai tempi di Jobs. L’articolo “Tim Cook e la Apple che Non Osa Più” ha messo a fuoco questo punto: l’azienda oggi è bravissima a ottimizzare, meno a rischiare su categorie nuove.
Per un certo tipo di top manager, questo contesto può essere appagante o soffocante, a seconda di quanto si cerca spazio per sperimentare. Un dirigente AI, per esempio, potrebbe preferire l’ambiente più “disordinato” ma rapido di una realtà come Meta, che scommette in grande su visori, smart glasses e modelli generativi spinti, come raccontato anche nello scandalo Project Mercury analizzato su Melamorsicata, dove il tema era la cultura aziendale di Meta rispetto al benessere degli utenti.
In questo senso, l’uscita di Dye verso Meta è anche una fotografia di due culture: Apple che punta su continuità, privacy e integrazione lenta dell’AI, e Meta che corre per occupare spazio in realtà mista costi quel che costi.

Tutto questo è una preparazione al dopo Tim Cook?
Dire che Apple “sta preparando il dopo Cook” è facile; dimostrarlo è molto più complesso. Alcuni segnali però meritano attenzione:
- riorganizzazioni importanti in ambiti chiave come AI, servizi e ora interfaccia grafica;
- promozione di figure interne di lunga data (come Steve Lemay) in ruoli di responsabilità, più che assunzione di volti esterni molto visibili;
- attenzione crescente al tema della reputazione etica in aree come privacy, AI, salute mentale, dove la concorrenza è sotto tiro.
È ragionevole immaginare che il board voglia arrivare al momento in cui Cook deciderà di farsi da parte con una seconda linea già testata su dossier cruciali. In questo schema, il design dell’interfaccia non è un dettaglio estetico: è il modo in cui Apple rende percepibile all’utente la propria visione su AI, privacy, realtà mista e servizi.
Se domani arrivasse un CEO con un approccio diverso, troverebbe un linguaggio visivo già in grado di integrare:
- AI che fa cose senza spiattellarsi in faccia all’utente;
- interfacce che vivono tanto sullo schermo quanto nello spazio (visionOS e successori);
- un equilibrio tra prodotti pro e mainstream, dove l’esperienza resta coerente ma non identica.
In quest’ottica, l’ascesa di Lemay è un tassello coerente: non è l’uomo del colpo di teatro, è il custode di una grammatica visiva che dovrà reggere a cavallo tra due leadership.
FAQ
Liquid Glass: perché divide così tanto?
Il Liquid Glass divide perché punta forte sull’estetica, con superfici traslucide e profondità accentuate, ma non sempre migliora la chiarezza operativa. In molte schermate ricche di testo o impostazioni, alcuni utenti percepiscono una perdita di leggibilità e di gerarchia visiva. Il linguaggio è coerente con visionOS, ma non sempre convincente su iPhone.
Steve Lemay e l’interfaccia Apple: cosa ci si può aspettare?
Con Steve Lemay ci si può aspettare una fase di continuità corretta verso il basso: meno strappi e più rifinitura. Lemay ha una storia lunga in Apple e conosce bene i limiti dei diversi approcci provati nel tempo. È plausibile che spinga su leggibilità, coerenza e integrazione discreta dell’AI, piuttosto che su effetti vistosi.
La fuga manager Apple è solo fisiologica?
La fuga manager Apple è in parte fisiologica, data la longevità delle carriere ai vertici, e in parte effetto della competizione estrema per i talenti su AI e realtà mista. Meta, Google e altri offrono condizioni molto aggressive per attirare dirigenti e ricercatori. Apple, da parte sua, sembra puntare su una seconda linea di veterani interni per attraversare questa fase senza perdere identità.
Riferimenti:
- 1Diversi resoconti informali sulla cultura interna Apple riportano questo tipo di soprannomi usati da Jobs per i membri del team più vicini.
