Le clausole vessatorie sono clausole presenti in un contratto, firmate dai contraenti, ma ritenute troppo a vantaggio di una delle due parti. In qualche modo, quindi, anche se abbiamo accettato di firmarle, quasi sempre non comprendendo neanche la loro natura, siamo aiutati dal Garante che ci avvisa che abbiamo accettato qualcosa di ingiusto.

In questo caso facciamo riferimento al contratto di iCloud. Credo che qui nessuno, me compreso, abbiano letto e analizzato tutto il contratto di accesso ai servizi di iCloud quando ci è stato presentato da Apple. Questo perché è molto più semplice premere sul pulsante “accetto” piuttosto che leggerlo.

Inoltre anche se lo leggessimo e non fossimo d’accordo con delle clausole, di certo non potremmo contrattarle con Apple. La società non crea contratti personalizzati con ogni singolo utente. Si tratta di accettare tutto il pacchetto e usare il servizio oppure rifiutarlo in todo e non usare iCloud. Visto che il servizio serve, si preme su accetta velocemente.

Ma l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha stabilito che alcune clausole sono vessatorie, in quanto troppo a favore di Apple. Applicando il Codice del Consumo, l’AGCM ha stabilito che sono vessatorie le clausole che consentono alla società di applicare le modifiche unilaterali al contratto.

Il motivo è molto semplice: per molte persone lo spazio iCloud è l’unico spazio cloud dove si caricano i propri dati personali e quindi Apple non può decidere arbitrariamente un cambio peggiorativo della loro conservazione.

Sotto accusa anche clausole come:

Se un dispositivo non ha fatto il backup su iCloud per un periodo di centottanta (180) giorni, Apple si riserva il diritto di cancellare i backup associati a quel dispositivo.

Termini generici usati nel contratto come “sfavorevole” e “ragionevolmente” lasciando ad Apple un ampio margine interpretativo delle condizioni d’uso, ponendo l’utente di fronte a grande incertezza in merito la gestione dei propri dati.

Apple ha cercato di giustificarsi dichiarando che queste clausole sono applicate ai piani gratuiti, mentre maggiori garanzie sono adottate per i piani a pagamento di iCloud. Nello specifico per quanto riguarda i piani gratuiti la società indica, senza mezzi termini, che:

Se un consumatore non e? soddisfatto delle limitazioni della responsabilita? del Professionista nell’offerta di un servizio come quello in questione, o se le possibilita? di interruzioni o difficolta? tecniche in parola gli appaiono eccessive, l’utente e? libero di non utilizzare iCloud e di utilizzare il servizio di un altro fornitore. Tra l’altro, Apple precisa che iCloud e? un servizio per la maggior parte dei consumatori gratuito. A coloro che sono abbonati a piani di archiviazione a pagamento, viene richiesto solo il pagamento di un importo contenuto. Pertanto, Apple non puo? essere considerata responsabile per i dati degli utenti illimitatamente e a tempo indeterminato. Se cosi? fosse, Apple non potrebbe continuare a offrire il servizio gratuitamente o comunque per importi contenuti.

Il Garante ha però ritenuto la spiegazione di Apple poco solida. Ribadendo che la società non propone due contratti differenti, uno per chi paga e uno per chi usa il servizio gratuitamente, ha indicato che:

L’assenza di una controprestazione monetaria nel caso della versione gratuita di iCloud non legittima il Professionista a omettere le motivazioni per eventuali modifiche contrattuali, tra cui quella che prevede l’introduzione di un corrispettivo, in cui potrebbe incorrere il consumatore che ha accettato il contratto per utilizzare gratuitamente il servizio.


La gratuita? del servizio offerto ai consumatori risponde a una libera decisione del Professionista, assunta valutandone la convenienza in termini economici, promozionali o di altra natura. Esso puo? con altrettanta liberta? modificare la propria valutazione, introducendo un costo ove prima era presente.

In altre parole Apple non può costringere l’utente a pagare se un giorno decidesse che i 5 GB gratuiti diventano a pagamento, in quanto diverrebbe un ricatto verso l’utente che le ha affidato i propri dati.

La società deve, quindi:

Nel contratto, pertanto, deve essere previsto anche che, in caso di esercizio della facolta? di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, incluse quelle economiche, il Professionista porti a conoscenza del consumatore il motivo specifico che giustifica la modifica, rientrante tra quelli indicati nello stesso contratto, comunicandoglielo in tempo utile rispetto all’attuazione della modifica stessa.

In conclusione, alla luce delle considerazioni suesposte la clausola in esame risulta vessatoria ai sensi dell’art. 33, commi 1 e 2, lett. m), del Codice del Consumo.

Ora la società dovrà pubblicare il provvedimento per 20 giorni nella homepage del suo sito italiano. Potrà presentare ricorso al TAR del Lazio.

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