AGCM indaga Apple DMA iCloud — un’indagine che parte da un fatto semplice: fare un backup completo dell’iPhone su Google Drive o OneDrive è impossibile. I dati, le foto, le impostazioni, le app passano solo da iCloud. L’Italia ha deciso che questa storia deve finire.
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha aperto un procedimento nei confronti di Apple Inc., Apple Distribution International Ltd e Apple Italia S.r.l. per violazione del Digital Markets Act. Il cuore della contestazione è l’articolo 6(7) del DMA, che obbliga i gatekeeper — Apple lo è per iOS e iPadOS — a garantire interoperabilità gratuita ed efficace con l’hardware e il software di sistema. Se iCloud può accedere a ogni angolo del telefono per costruire un backup completo, anche Google Drive, OneDrive e Dropbox devono poter fare altrettanto, alle stesse condizioni.
Non è una battaglia tra giganti tech: è la prima volta che l’Italia interviene attivamente sul regolamento europeo, e lo fa con un argomento che tocca ogni utente iPhone: la possibilità di scegliere dove conservare i propri dati. Per capire il quadro completo del regolamento, il DMA spiegato semplice resta la guida migliore per orientarsi.
Indice

Il cuore del problema
L’AGCM sostiene di avere elementi concreti che dimostrano come Apple non metta i servizi cloud alternativi sullo stesso piano di iCloud. L’esempio è chiaro: gli utenti non possono eseguire backup completi del dispositivo verso cloud come Google Drive, OneDrive o Dropbox, mentre iCloud lo fa senza alcuna limitazione. L’indagine AGCM su Apple per interoperabilità DMA si concentra proprio su questo squilibrio.
Il punto non è solo il backup dei dati utente. La contestazione riguarda l’accesso alle funzionalità di sistema che Apple riserva esclusivamente a iCloud: la possibilità di leggere e impacchettare impostazioni, messaggi, cronologia delle app, dati sanitari e tutto ciò che un backup completo richiede. I cloud terzi non possono nemmeno avviare un backup in background, una funzionalità base che iCloud dà per scontata.
La base legale è solida. L’articolo 6(7) del DMA non lascia spazio a interpretazioni: l’accesso deve essere uguale, gratuito ed efficace. Apple contesta da tempo questa lettura, definendo le richieste della Commissione Europea “una interpretazione estrema” che comprometterebbe la sicurezza del sistema. Ma per l’AGCM, come si legge nel comunicato ufficiale, gli elementi raccolti sono sufficienti per aprire un’indagine formale.
Perché l’Italia e non Bruxelles?
La domanda è legittima: non dovrebbe occuparsene direttamente la Commissione Europea? La risposta è tecnica ma interessante.
L’Italia ha recepito il DMA con la legge 214/2023, che all’articolo 18 conferisce all’AGCM il potere di condurre indagini preliminari in stretta cooperazione con la Commissione Europea. È la prima volta che l’Autorità italiana esercita questa prerogativa, ed è un segnale importante: significa che gli stati membri vogliono avere un ruolo attivo nell’applicazione del regolamento, non limitarsi ad aspettare le mosse di Bruxelles.
Le conclusioni dell’indagine verranno trasmesse alla Commissione, che resta l’unico soggetto abilitato a sanzionare. In pratica: l’Italia prepara il fascicolo, le eventuali sanzioni arrivano dall’UE. Ma il messaggio politico è chiaro — Roma vuole essere in prima linea sul digitale, e questa mossa segue un percorso di confronto già avviato con le misure che Apple ha preso per la conformità al DMA dall’entrata in vigore del regolamento.
Cosa rischia Apple
Il conto in sospeso tra Apple e l’Europa si allunga di trimestre in trimestre. L’azienda ha già pagato sanzioni significative: a marzo 2024 la Commissione Europea ha inflitto una multa da 1,8 miliardi di euro per abuso di posizione dominante su Spotify, e nel 2025 è arrivata un’altra sanzione da 500 milioni per violazione delle regole anti-steering del DMA. In totale, quasi 3 miliardi di dollari tra Europa e Stati Uniti negli ultimi due anni.
La strategia di Cupertino è nota: linea dura, nessuna ammissione di colpa, e quando serve il ritiro di intere funzionalità dai mercati ostili. L’esempio più recente è iOS 27: le funzionalità Apple Intelligence sono state ritirate dalle beta per sviluppatori nell’UE proprio per via delle richieste di interoperabilità del DMA. Come raccontato su Apple vs EU — chi ha ragione sullo stop a Siri AI?, le due visioni del mondo sembrano inconciliabili.

Se l’indagine portasse a una sanzione, le conseguenze per Apple sarebbero duplici: da un lato una multa che può arrivare fino al 10% del fatturato globale — per Apple significa potenzialmente decine di miliardi di dollari — dall’altro l’obbligo di aprire le API di sistema a tutti i servizi cloud concorrenti, cambiando radicalmente il modo in cui iCloud opera su iOS. Come sottolinea MacRumors, si tratta della prima indagine DMA condotta dall’Italia, e i riflessi potrebbero estendersi ad altri stati membri.
Il precedente più simile è la battaglia sui pagamenti NFC: Apple è stata costretta ad aprire il chip NFC a terze parti in Europa dopo anni di resistenza e una pressione regolatoria crescente da parte delle autorità. La stessa dinamica — monopolio tecnico giustificato con la sicurezza — si ripete oggi per i cloud. Apple sostiene che ogni apertura del sistema riduce la protezione dei dati, ma i regolatori europei stanno dimostrando di non accettare questa argomentazione come scudo per mantenere posizioni dominanti.
Cosa cambia per l’utente
Se l’indagine AGCM Apple DMA iCloud va in porto, gli effetti per gli utenti saranno concreti e immediati:
- Backup su qualsiasi cloud. Google Drive, OneDrive, Proton Drive — ogni utente potrà scegliere il servizio che preferisce per il backup completo del telefono, esattamente come oggi fa con iCloud ma senza essere obbligato a usare la soluzione Apple.
- Backup automatici anche sui cloud terzi. Le app cloud potranno attivare backup in background su iOS, una funzionalità oggi preclusa che rende i cloud alternativi di fatto inutilizzabili come soluzione primaria.
- Prezzi più competitivi. La concorrenza vera potrebbe spingere i piani a pagamento di iCloud a scendere. Oggi iCloud+ parte da 0,99 euro al mese per 50 GB, ma senza alternative reali il prezzo di mercato è distorto.
Non è solo una questione di prezzo. È una questione di libertà di scelta: poter decidere dove vivono i propri dati, senza essere incatenati a un ecosistema proprietario. Per chi usa servizi come Google Foto o OneDrive per la produttività quotidiana, la possibilità di unificare tutto in un unico abbonamento senza dover pagare anche iCloud sarebbe un cambiamento significativo nelle abitudini digitali.

Un precedente che apre scenari
Questa indagine dimostra che gli stati membri possono muoversi in proprio sul DMA, senza aspettare che Bruxelles dia il via libera. Se l’Italia costruisce un caso solido, può aprire la strada ad altre autorità nazionali in Europa che finora hanno osservato senza intervenire. Per Apple, che combatte già su una decina di fronti in Europa, significa un fianco scoperto in più.
Per ora l’azienda non ha rilasciato dichiarazioni sull’indagine AGCM. In passato ha sostenuto che concedere accesso completo ai sistemi di backup a terze parti comprometterebbe la sicurezza e la privacy degli utenti — una posizione che lo scontro con l’AGCM potrebbe costringere a rivedere. Il punto è che l’articolo 6(7) del DMA è chiaro: l’interoperabilità non può essere subordinata a valutazioni discrezionali del gatekeeper.
Il comunicato ufficiale dell’AGCM è disponibile sul sito dell’Autorità. L’indagine è stata aperta il 16 giugno 2026 in stretta cooperazione con la Commissione Europea e le conclusioni verranno condivise con Bruxelles nei prossimi mesi. Per chi segue le vicende regolatorie del settore tech, è un dossier da tenere d’occhio: potrebbe ridefinire i confini dell’interoperabilità su iOS per anni a venire.
Fonti: AGCM — Comunicato stampa IDMA1 (16/06/2026), MacRumors, EurActiv, The Circuitry.
