WebObjects è la tecnologia più importante di NeXT dopo NeXTSTEP, e una delle meno celebrate nella storia di Internet. Rilasciato nel marzo 1996, è stato uno dei primi application server e il primo grande framework object-oriented per applicazioni web: per la prima volta qualcuno poteva costruire siti dinamici, con pagine generate al volo da dati e logica di business, invece di pagine HTML statiche scritte a mano. Prima di Java EE, prima di Ruby on Rails, prima di Django, c’era WebObjects.
Ma la vera prova di forza è arrivata anni dopo, dentro Apple: WebObjects è stato il motore segreto dell’iTunes Music Store, il negozio che il 28 aprile 2003 ha venduto un milione di canzoni in una settimana e ha dimostrato al mondo che il commercio su scala in internet era possibile. Un framework nato da NeXT, una società che il mercato aveva deriso, ha tenuto in piedi per oltre quindici anni il più grande negozio di musica digitale del mondo. Questa è la sua storia.
Indice

Uno dei primi framework del web
WebObjects nasce da una intuizione di NeXT: il web non doveva essere fatto di pagine statiche, ma di applicazioni. Nel 1995 la tecnologia viene dimostrata per la prima volta alla conferenza Object World, e il 28 marzo 1996 esce la versione 1.0, come documenta la storia di WebObjects su Wikipedia. Il framework permette di scrivere applicazioni web in Objective-C, con componenti riusabili, un modello a oggetti e un sistema di persistenza chiamato Enterprise Objects Framework che gestisce i dati tra l’applicazione e il database. È l’architettura che oggi ogni sviluppatore conosce come MVC, applicata al web per la prima volta in modo organico.
I risultati commerciali arrivano subito. Dell costruisce il suo negozio online con WebObjects in sole quattro settimane, con prezzi aggiornati in tempo reale, configurazioni e ordini online. Lo usano BBC News, Disney, DreamWorks, Fannie Mae, GE Capital, Merrill Lynch e Motorola. Nei primi nove mesi del 1996, WebObjects e OPENSTEP portano a NeXT 10,1 milioni di dollari di ricavi software, il 45% del totale: la società che fino a poco prima viveva di workstation sta diventando una società di software per il web. La storia completa di quella trasformazione è raccontata dal Computer History Museum, che ha ricostruito anche il mancato ingresso di NeXT in borsa.

Da NeXT ad Apple: il motore segreto dello store
Con l’acquisizione di NeXT nel dicembre 1996, WebObjects passa ad Apple. Per i primi anni resta un prodotto di nicchia per grandi aziende, ma a Cupertino qualcuno capisce che quella tecnologia può fare da spina dorsale al commercio dell’azienda. L’Apple Store online viene costruito su WebObjects, e con il lancio dell’iPod la posta in gioco sale.
Il lancio dell’iTunes Music Store
Il 28 aprile 2003 Apple apre l’iTunes Music Store: 200.000 canzoni, un prezzo unico di 99 centesimi per brano, protezione FairPlay. La presentazione di Steve Jobs è una delle più celebri della sua carriera:
“This will go down in history as a turning point for the music industry.” — Steve Jobs, 28 aprile 2003
Il negozio vende più di un milione di canzoni nella prima settimana, come ricostruito da Wired. Pochi mesi dopo arriva la versione per Windows, e nel giugno 2004 lo store europeo vende 800.000 canzoni in sette giorni. Nel luglio 2005 il Giappone supera ogni record: un milione di canzoni in quattro giorni. Dietro tutto questo c’è WebObjects, come documentato nella storia dell’iTunes Store: il backend è un’applicazione WebObjects, cresciuta fino a gestire milioni di transazioni da 99 centesimi senza mai fermarsi.

Perché WebObjects ha vinto dove altri fallivano
La forza di WebObjects stava nell’architettura, pensata per la scala molto prima che la scala fosse un problema, mentre i primi application server concorrenti, come il Netscape Application Server e NetDynamics, sparivano nel giro di pochi anni:
- Componenti riusabili: le pagine erano assemblate da componenti a oggetti, non da template ricostruiti a ogni richiesta.
- Persistenza automatica: Enterprise Objects Framework gestiva il database in modo trasparente, senza SQL sparso nel codice.
- Deployment distribuito: le applicazioni potevano scalare su più processi e più macchine, con sessioni gestite dal framework.
- Java con prudenza: un sottoinsieme Java arrivò già nel 1997 con la versione 3.5, ma solo su Windows NT. Il passaggio vero fu la 5.0 del maggio 2001: riscrittura completa in Java, con l’ultima API Objective-C lasciata alla 4.5.1.
Quando nel 2003 l’iTunes Music Store deve gestire centinaia di migliaia di download al giorno, con pagamenti singoli da pochi centesimi, l’infrastruttura regge senza mai fermarsi. È la prova che il commercio digitale su scala era possibile: il problema non era la rete o i pagamenti, ma il software, e quel software esisteva già da sette anni.
La fine silenziosa e l’eredità
WebObjects è morto senza rumore. L’ultima versione, la 5.4.3, esce il 15 settembre 2008, e poco dopo Apple smette di venderlo ai clienti esterni. Era anche carissimo: la licenza di deployment costava decine di migliaia di dollari, un prezzo che lo confinò alle grandi aziende e ne segnò la fine commerciale. La comunità lo tiene vivo con il progetto open source Project Wonder, mentre internamente Apple continua a usarlo: l’iTunes Store, iTunes Connect e gran parte dell’infrastruttura commerciale restano su WebObjects per anni. Solo con il grande redesign del sito apple.com del 2015 la società inizia a smantellare quella che era diventata una delle infrastrutture più longeve della storia del web.
L’eredità però non si misura in anni di servizio. Rails, Django e Spring condividono il suo stesso DNA di idee: componenti, modello a oggetti, persistenza, scalabilità. I discendenti più diretti, Tapestry e Cayenne, sono nati dalla sua comunità. E il commercio online che oggi dà per scontato, con un clic che compra qualcosa da un server dall’altra parte del mondo, ha nel suo albero genealogico una tecnologia nata da NeXT, la società che il mercato aveva dato per morta. Il filone delle aziende di Jobs, tra NeXT e i suoi clienti segreti, è raccontato su questo blog, così come la leadership che ha reso possibile tutto questo.
La lezione: la tecnologia invisibile
La storia di WebObjects insegna che le tecnologie che cambiano il mondo non sono sempre quelle che si vedono. Nessuno ha mai fotografato WebObjects in prima pagina: non aveva un case di design, non aveva un keynote, non aveva una mela luminosa. Eppure ha reso concreto il commercio digitale su scala, ha tenuto in piedi il più grande negozio di musica digitale per quindici anni e ha insegnato ai framework successivi quasi tutto quello che sanno.
Larry Ellison aveva sognato un mondo in cui il software vivesse nella rete, non nella macchina. WebObjects ha costruito esattamente quella rete, oltre dieci anni prima che il cloud gliene desse ragione: nel modo più silenzioso possibile, sotto il cofano. La prossima volta che un utente compra una canzone, un’app o un’idea su internet, lo deve anche a un framework del 1996 che pochi ricordano per nome.
