Negli USA si chiedono se Apple ha un monopolio con l’App Store

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Quando molti anni fa comprai un Nokia, c’erano tanti piccoli negozi dove era possibile comprare delle app per Symbian. Stessa iniziativa fu ripresa per altri telefoni. Apple, invece, rivoluzionò il mercato imponendo l’App Store: il negozio unico dove scaricare le app.

Questo ha permesso in realtà di avere prezzi bassi. Gli sviluppatori si sono fatti concorrenza tra di loro. Inoltre ha permesso di avere un grado di sicurezza molto elevato. Nell’App Store non circolano virus e malware, a differenza di altri negozi.

Ma questo accentramento ha sempre fatto drizzare le antenne dei politici. E se in Italia ci siamo posti questo interrogativo lo scorso anno, con un niente di fatto, negli Stati Uniti se lo pongono adesso.

Quello che è stato chiamato il caso Apple vs Pepper, da Robert Pepper che ha indetto la causa, vede schierata da una parte Apple e dall’altra l’idea che l’App Store non permetta alla concorrenza di proporre app a prezzi più bassi.

L’accusa dichiara che Apple obbliga gli sviluppatori ad applicare prezzi più alti, perchè questi devono recuperare il 30% di commissioni che le devono su ogni vendita di app o servizio. La società di Cupertino mette in ballo una legge del 1977, che dichiara che solo gli acquirenti possono porre la questione.

In questo caso, per Apple, i suoi acquirenti non sono gli utenti, ma gli sviluppatori. Sono questi che le pagano il 30% di commissioni per i servizi ottenuti nell’App Store e non gli utenti finali. È anche vero che, in realtà, la società raccoglie il denaro direttamente dagli utenti e poi lo gira agli sviluppatori, decurtando le commissioni.

Chi delle due parti ha ragione? Il caso è finito nei faldoni della Corte Suprema americana. Ora i giudici valuteranno l’ammissione. Se accettata si esprimeranno sul presunto monopolio dell’App Store. Una condanna per Apple potrebbe tramutarsi nella possibilità di poter aprire negozi di terzi e distribuire app da questi ultimi, come accade per macOS.

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