È iniziata tutto a giugno, quando Tim Cook scrisse ai dipendenti di Apple per comunicare loro la decisione in merito al lavoro da remoto. Il CEO disse che, accogliendo le richieste dei dipendenti, fu deciso il modello ibrido da attivare da settembre: 3 giorni in ufficio e 2 a casa.

Da allora è iniziata una guerra fredda tra la società e i suoi dipendenti. Un gruppo di ribelli, se vogliamo ingiustamente chiamarli così, ha iniziato a tessere le fila di un’opposizione netta al rientro in ufficio. La loro sede è un gruppo su Slack (ovviamente a cui possono accedere solo i dipendenti Apple) in cui sono state riunite già oltre 6.000 persone.

La richiesta è semplice: far cadere l’obbligo di rientrare in ufficio e far decidere ai singoli dipendenti quando è il caso di essere in ufficio e quando a casa.

Da un lato Apple teme che questo mancato ritorno possa scalfire la filosofia aziendale e il circolare delle idee in azienda. Preoccupazione che in realtà in questi mesi è nella mente di moltissime aziende. Dall’altro i dipendenti non vogliono sprecare la loro vita negli spostamenti casa-ufficio e vogliono evitare di doversi avvicinare necessariamente nelle zone degli uffici che tutti sanno essere particolarmente costose, soprattutto in termini di affitti.

Per tentare di risolvere questo ultimo punto Apple ha avviato un piano da 1 miliardo di $ per costruire case per i suoi dipendenti in 25 città californiane. L’obiettivo è offrire case a prezzi ragionevoli e non alle condizioni di mercato. L’esplosione delle aziende nella Silicon Valley ha portato la richiesta di case alle stelle. A oggi un appartamento da 100 metri quadri costa in media oltre 1,2 milioni di $.

Secondo un recente sondaggio tra i dipendenti di Apple, effettuato su 1.735 persone, nel caso in cui la società confermasse il lavoro ibrido da settembre, ben il 36.7% darà le dimissioni. Apple rischia quindi di vedere licenziamenti in massa con migrazioni di dipendenti verso aziende che consentono lo smart working.

Alcuni dipendenti, inoltre, stanno provando a giocare la carta delle “esigenze mediche”. Il Disabilities Act, infatti, consente al dipendente con disabilità di richiedere il lavoro da remoto. Per verificare che questi certificati non siano richiesti con furbizia, la società sta provvedendo a una pratica ritenuta alquanto discutibile.

Apple sta chiedendo infatti la condivisione dei dati sanitari dei propri dispositivi ai dipendenti che hanno usato questa strada, per verificare se la disabilità utilizzata per ricevere la conferma del lavoro da remoto sia realmente un ostacolo per tornare in ufficio.

La società, in pratica, sta mettendo in discussione il rapporto di fiducia con i propri dipendenti. Elemento che dovrebbe essere alla base di ogni rapporto di lavoro.

Come andrà avanti questa guerra silenziosa? A settembre teoricamente i dipendenti dovrebbero tornare in ufficio, oppure dare il preavviso di 30 giorni per trovare un’altra sistemazione lavorativa.

Staremo a vedere se Apple continuerà a fare finta di sapere cosa vogliono i suoi dipendenti o cederà allo smart working, oppure se avverranno realmente i licenziamenti in massa.

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