Immagine di Apple
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Qualche giorno fa vi ho parlato del movimento AppleToo. Si tratta di un’iniziativa presa da qualcuno, non sappiamo se realmente attivata da dipendenti di Apple, in cui si mira a raccogliere testimonianze di abusi, ingiustizie, discriminazioni e altro nell’azienda.

Secondo gli autori del sito, che comunicano su Twitter, sono tante le storie raccolte in questi giorni. A tal proposito è nata anche una lettera aperta verso gli esecutivi di Apple con tanto di richieste:

Per Tim Cook e il team di Senior Leadership,


Apple è orgogliosa del suo impegno per la diversità, l’equità e un ambiente in cui ogni persona è in grado di svolgere al meglio il proprio lavoro; tuttavia, in pratica, questo è tutt’altro che vero. Le nostre esperienze con il team People nell’affrontare molestie e discriminazioni hanno reso molti di noi più vulnerabili.


Le politiche di Apple sulla privacy e sul collegamento dei dispositivi assicurano anche che quando facciamo ricorso, rischiamo di vedere invasa la nostra privacy personale. Quando chiediamo un congedo o un alloggio tramite i partner per la salute mentale e fisica di Apple, ci viene chiesto di rilasciare informazioni mediche personali ad ampio raggio ad Apple e a qualsiasi addetto Apple per un periodo complessivo di due anni. Apple è orgogliosa delle sue politiche sulla privacy, ma reputa che per noi lavoratori, la nostra privacy non ha importanza.


Centinaia di noi hanno documentato le nostre storie di abusi, discriminazioni e molestie. Centinaia di noi hanno documentato la segnalazione delle nostre storie attraverso canali interni e non hanno ricevuto alcun aiuto. Condividendo le nostre storie, stiamo richiamando l’attenzione sulle nostre esperienze lavorative in Apple e su quanto si possa fare di meglio.


In Apple, siamo chiamati a fare la cosa giusta e questo deve estendersi al modo in cui si trattano i dipendenti. Ci stiamo esponendo perché Apple deve mantenere la sua promessa di inclusione, diversità ed equità. Chiediamo un ambiente in cui tutti si sentano al sicuro e benvenuti e che promettano pari opportunità e trattamento.

Si legge nella lettera. A cui seguono delle richieste:

  1. Maggiore separazione tra proprietà digitale e fisica appartenente ad Apple e di proprietà dei lavoratori in tutte le politiche Apple.
  2. Fornire un compenso trasparente, sostenibile ed equo in tutta Apple.
  3. Controllare tutte le relazioni con le terze parti che offrono servizi ai dipendenti.
  4. Responsabilizzare il team del personale, le relazioni con i dipendenti, la condotta aziendale e la leadership.
  5. Fornire un processo per ascoltare le preoccupazioni del team con un ciclo di feedback trasparente.

La lettera termina con un pulsante per firmarla.

Sono tutte richieste lecite. Forse l’unico punto che potrebbe destare diniego è il punto 2. Come sappiamo sono rare le aziende che offrono un fisso uguale per tutti i dipendenti. Spesso per posizioni più elevate il compenso è frutto di una mediazione tra le parti: la società che vuole pagare il meno possibile e il dipendente che vorrebbe essere pagato il più possibile.

Rendere trasparente le paghe di tutti porterebbe agli stipendi verso l’alto, con nervosismo da parte di chi a parità di posizione ha saputo giocarsela di meno, ottenendo uno stipendio più basso. Elemento che potrebbe portare a un aumento per le spese amministrative. Certo nulla che Apple non potrebbe assorbire facilmente considerando l’enorme fatturato in crescita.

Per quanto riguarda il punto 1, invece, abbiamo un problema di risorse. Apple non fornisce degli Apple ID aziendali, quindi spesso i dipendenti non ne creano uno da zero, ma usano quello personale.

Quando un dipendente lascia la società oppure è frutto di indagini, viene sommerso da grane. La società scansiona l’account per verificare la presenza di documenti aziendali al fine di proteggere la sua segretezza e spesso blocca gli Apple ID sospetti. Oltre all’invasione della privacy, il dipendente si trova impossibilitato nell’usare il proprio account.

Un problema che l’azienda potrebbe risolvere creando utenze ad hoc per la gestione delle attività aziendali, magari con un sistema di switch veloce tra account per consentire di usare il proprio account quando l’attività lavorativa termina.

Tutti elementi risolvibili a cui l’azienda potrebbe lavorare per migliorare se stessa. Forse il team di People, gestito da Deirdre O’Brien (la stessa che gestisce gli Apple Store), dovrebbe lavorare in tal senso.

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