Dipendenti Apple

Avete presente quando a lavoro ci sono situazioni tossiche? Magari un capo privo di leadership che ricorre all’autorità per farsi ubbidire, ripicche nel caso si esprimano opinioni non in linea con il gruppo, scherzi dei colleghi, disparità di trattamento e così via.

Tutte situazioni che generano stress superfluo. Episodi in grado di creare dissidio inutile, distruggere lo spirito di gruppo e far diventare il lunedì mattina un macigno sull’anima.

A quanto pare tutto questo può accadere anche in Apple. È vero che la società non è tra le prime 25 aziende dove è bello lavorare, secondo la classifica World’s Best Workplaces 2020 di Fortune, ma è strano leggere storie di maltrattamenti e disparità.

Il vaso di Pandora sembra essere stato aperto dopo le proteste per l’imposizione del lavoro ibrido al posto dello smart working, poi slittato a gennaio 2022. Inoltre di recente c’è stato un sondaggio anonimo, poi cancellato da Apple, per scoprire la presenza di disparità nel trattamento retributivo.

Il tutto ha generato il movimento #AppleToo, parafrasando il movimento #MeToo per gli abusi sulle donne nel mondo del lavoro. Non sappiamo chi ci sia di preciso dietro il movimento e quante persone ci siano, ma sappiamo che esiste addirittura un sito dedicato.

Sono poco avvezzo ai complotti, ma finché non ci saranno nomi e cognomi non possiamo escludere che dietro possa esserci anche qualche nemico di Apple, come Epic Games o Facebook. All’interno si legge:

Per troppo tempo Apple ha eluso il controllo pubblico. La verità è che per molti lavoratori Apple – una realtà affrontata in modo evidente dai nostri colleghi neri, indigeni e altri appartenenti a gruppi di persone razziali, di genere e storicamente emarginati – la cultura della segretezza crea una fortezza opaca e intimidatoria. Quando facciamo pressione per la responsabilità e la riparazione delle persistenti ingiustizie a cui assistiamo o subiamo sul posto di lavoro, ci troviamo di fronte a un modello di isolamento, degrado e false promesse.

Non più. Abbiamo esaurito tutte le strade interne. Abbiamo parlato con la nostra dirigenza. Siamo passati al team People. Abbiamo intensificato attraverso la condotta aziendale. Niente è cambiato.

È tempo di pensare in modo diverso (Think Different).

Il sito fornisce poi l’elenco delle leggi americane a favore dei dipendenti e contro le discriminazioni, invitando chi si sente sfruttato a condividere la propria storia con l’hashtag #AppleToo oppure inviare una email a [email protected] È stato creato inoltre un account di Twitter, @AppleLaboreres, per dirigere l’iniziativa.

Al momento non è stata condivisa nessuna storia. Il pericolo è che l’hashtag diventi un ricettacolo di storie di gente frustata. Non vi è garanzia che le storie condivise siano vere, che rispondano a realtà e vanno trattate come unica voce della campana.

Mi spiego meglio: potremmo incontrare storie vere e di vere ingiustizie, ma anche storie inventate di persone che non hanno mai lavorato in Apple oppure che si sono comportate male, sono state licenziate e ora cercano vendetta contro la società, raccontando episodi in modo non accurato pur di gettare fango sull’azienda.

Chi invece lavora ancora in Apple potrebbe semplicemente decidere di tacere pur di mantenere il posto di lavoro, quindi statisticamente è molto più probabile che appaiono storie di ex dipendenti assetati di vendetta piuttosto che storie reali di abusi.

E infine, anche se arriveranno storie vere di abusi non è detto che queste siano provabili, quindi Apple semplicemente potrebbe non agire contro chi ha realizzato l’abuso, rendendo la condivisione completamente inutile. Tutto il movimento potrebbe quindi diventare semplicemente un modo per gettare fango sulla società.

Sta di fatto che si aggiunge una ulteriore grana da gestire per l’azienda. Questa volta una lotta intestina che la società farebbe meglio a non ignorare.

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